venerdì, marzo 14, 2008

la mia religione, la mia scienza (I)

Non passa giorno che non leggo su qualche blog o giornale online opinioni poco qualificate sul rapporto fra religione e scienza. Poco qualificate vuol dire, nel mio linguaggio, espresse da persone che sono o solo credenti, o solo scienziati, o nessuno dei due, e si buttano nel dibattito per puro amore di polemica.

Dato che io credo e sono uno scienziato mi sento autorizzato a parlarne.

Quelle che seguono sono alcune delle mie personali riflessioni;per così dire: il mio kit di sopravvivenza in questo mondo dualistico.

1. Notazione

Dato che è l'unica realà che conosco bene, denoterò col termine crdente tutti e soli gli appartenenti alla religione cattolica. Tale denotazione non esprime alcun giudizio di valore, ma solo la mia maggiore conoscenza di essa rispetto ad altre religioni.

Per prima cosa, una premessa. Non sono certo il primo a riflettere su queste domande. In particolare, non sono (evidentemente) il primo scienziato-credente della storia. Due esempi che amo molto, si parva licet componere magnis, sono: Gregor Mendel, monaco agostiniano e George Lemaitre, sacerdote gesuita.

2. Premessa

Molti affermano che è impossibile conciliare l'essere scienziato razionale e credente. Tale affermazione è falsa. Non falsa in senso filosofico, cioè nel senso che la sua falsità viene dimostrata con un ragionamento basato su assunzioni generali. Ma falsa in senso scientifico: esistono infatti in natura dei credenti-scienziati con tutte le caratteristiche di ambedue le tipologie espresse al massimo livello; due esempi sono Mendel e Lemaitre.

La chiave logica per capire come si fa a conciliare due approcci alla realtà che sembrano contraddittori è sufficientemente semplice e si basa su una questione di principio. Per un credente Egli è tutto il bene, cioè tutto il vero. Fin qui abbiamo solo due parole senza una definizione di esse, e su questo non si può fare scienza. Sicuramente, però, tutta la realtà osservabile è, per se stessa, parte del vero. Precisamente la parte più toccabile con mano. Non parlo solo delle leggi e degli esperimenti fisici, ma anche della storia delle nazioni, dei rapporti fra persone, etc... Insomma: di tutto il percepibile. Quindi, la teologia in quanto "scienza della divinità" è una teoria del tutto. Ora, dato che creare una teoria del tutto è un compito arduo, è necessario lasciare tutti i parametri liberi, in questa teoria. Spiego subito cosa intendo con "tutti i parametri".

Semplificando: nella teoria Newtoniana si può dire che l'unico parametro libero sia la costante di gravitazione universale. Determinato quello con precisione, la teoria Newtoniana è chiusa. Nella teologia ogni parametro è possibile, ed inizialmente non possiede un valore. Esso va determinato in una lunga e faticosa ricerca. Dato però che i possibili parametri sono infiniti, se ne deduce che questa ricerca non può in principio avere fine. Si noti che qui i parametri sono metaparametri: ad esempio, la teoria Newtoniana stessa è un parametro della teologia.

Concludendo: data la quantità di parametri liberi, non esiste un esperimento (fisico, biologico, cognitivo, sociologico) in grado di eliminare la teologia, per il semplice motivo che il risultato di questo esperimento può semplicemente essere utilizzato come valore di un parametro del quale, fino ad allora, non si conosceva l'esistenza (non del valore, ma del parametro stesso!).

3. Lemma

La teologia, in quanto teoria filosofica del tutto, è ineliminabile. Ogni esperimento volto a eliminare la teologia dal mondo, può essere integrato nella stessa, utilizzandolo come valore di un parametro sconosciuto.

P.S.: si può vedere il tutto anche dal punto di vista dell'indecidibilità Gödeliana. La teologia è l'insieme infinito di assiomi che rendono una teoria matematica allo stesso tempo completa e consistente, ed è per questo vera ed indecidibile in tempo finito.

3 commenti:

Kirbmarc ha detto...

Chiamare una teoria filosofica del tutto "teologia" è un errore concettuale molto grave (da per dimostrato ciò che richiede di dimostrare, ovvero che un dio esista, fatto tutt'altro che dimostrato).

Il "tutto" potrebbe benissimo non essere "divino".

Lap(l)aciano ha detto...

Mmmhh... secondo me è un problema linguistico, come notato giustamente da Leonardo qui. Il tutto è divino per definizione, in quanto è intelligente (altrimenti il mondo non sarebbe comprensibile) e onnipotente (questa mi sembra una tautologia).

Dal ciò si deduce che il tutto è, per definizione, divino.

PS: io sono contro l'antropomirfizzazione del divino, che è a mio parere l'origine di tutte queste discussioni.

Kirbmarc ha detto...

"quanto è intelligente (altrimenti il mondo non sarebbe comprensibile)"

Questo non è vero. L'intelligenza è una proprietà di un essere, a garantire la comprensibilità di uno stato di cose è semmai l'intelleggibilità.

"onnipotente (questa mi sembra una tautologia)"

Anche qui, l'onnipotenza è una caratteristica di un "essere", non di uno "stato di cose". Non è dimostrato che il "tutto" sia un "essere", anzi è proprio ciò che un teologo deve dimostrare.